Corsi di lingua cinese e servizi di traduzione e interpretariato a Modena e Reggio Emilia

Cultura e società

La nascita di Tra Cina e Italia

Ci tenevo che il primo post pubblicato su “Tra Cina e Italia” fosse di stampo più personale. Per spiegare come è nata questa idea e, a linee generali, di cosa si tratta. 


La mia passione per la Cina nasce quando ero bambino, avevo all’incirca otto anni. Vidi uno sfondo in stile cinese all’interno di un videogame e ne rimasi davvero colpito. Prima di allora non mi ero mai davvero soffermato a pensare alla Cina. Il bello è che quell’immagine non raffigurava affatto paesaggi pieni di templi o mistici scenari avvolti dalla nebbia. Vi era raffigurata una normalissima strada di Pechino, sulla quale alcune persone passavano in bicicletta e altre mangiavano per strada sotto insegne diroccate, scritte a caratteri cubitali. Fui profondamente colpito da quell’immagine, raffigurante una realtà ai miei occhi così diversa. Piano piano coltivai questa passione, iniziando a leggere libri sull’argomento e a guardare film o documentari sulla Cina. Andavo anche, nella mia ingenuità di bambino, a mangiare al cinese il più spesso possibile, sperando che così i miei occhi prendessero quella piega a mandorla che mi piaceva tanto. Ai tempi studiare cinese non era affatto cosa così diffusa. L’immagine che si aveva della Cina era ben diversa da quella di oggi. Quando dicevo che da grande avrei voluto imparare il cinese, non erano poche le facce che mi guardavano sbigottite. “Farai in tempo a cambiare idea crescendo”, mi dicevano. Ma, per fortuna, così non è stato.

 

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La prima volta che andai in Cina è stata nove anni fa e, per quanti documentari avessi visto, l’impatto con quella che è la Cina vera fu comunque molto forte. Sarà stato forse per i miei diciannove anni o forse perché con il tempo avevo idealizzato la Cina facendola arrivare ad essere una sorta di paradiso in terra. Fu un viaggio utile, imparai a riconoscere i tanti pregi e i tanti difetti di questo paese, le sue tante contraddizioni e provai sulla pelle le emozioni che le sue meraviglie ti possono far provare. Posso dire che da quel momento il mio amore per la Cina divenne più ancorato alla realtà, maturo, consapevole. Non è questo il posto per scrivere di tutti i viaggi e degli anni passati là che ne seguirono, ma è stato un grande viaggio, e continuerà ad esserlo. Il nome “Tra Cina e Italia” deriva proprio da questo. Da sempre ormai posso dire di vivere una vita a metà strada tra la Cina e l’Italia, fisicamente ed affettivamente.

“Tra Cina e Italia” punta ad essere un punto di riferimento, in particolare (ma non solo) per coloro situati tra Modena e Reggio Emilia, per coloro che vogliono capire di più o per quelli che hanno a che fare con il mondo cinese. Quello che sogno è di riuscire a portare un po’ di Cina autentica anche qui, avvicinando le persone a un mondo di cui sanno molto poco o di cui hanno una visione non sempre corrispondente alla realtà. Sul sito verranno pubblicati regolarmente post che parlano della Cina e che vorrei condividere con tutti coloro che condividono questa passione. Dalla cultura al cibo, dalla lingua ai viaggi. Cercherò di inserire nei post anche alcuni scatti a cui sono particolarmente legato, scelti tra le migliaia di foto fatte in questi anni. “Tra Cina e Italia” offre diversi servizi, come per esempio corsi di lingua cinese (sia per privati che per aziende) o di italiano per cinesi. Servizi di traduzione ed interpretariato, così come di accompagnatore viaggi. Corsi e serate, portate avanti insieme ad un cuoco professionista, per imparare a cucinare il cibo cinese (quello vero). Si organizzano anche eventi dedicati all’approfondimento della cultura e della società cinese.

 

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La Cina di cui mi parlava non era quella del primo arrivato né tanto meno quella delle riviste patinate. Era un mondo perduto di cui aveva trovato la chiave… Era il paese dell’alcol e dei deserti di ghiaccio, della sabbia infuocata e dei Buddha viventi, delle strade accidentate e delle luci velate, un mondo in cui ci si poteva perdere e mai più ritrovarsi.” -Luc Richard-

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La festa di metà autunno: leggende, usanze e tortine lunari

 

Quando è la festa?

Secondo il calendario lunare, la festa zhōngqiūjié 中秋节, ovvero la festa di metà autunno, casca il quindicesimo giorno dell’ottavo mese di ogni anno, data in cui la luna diventa piena e risplende in cielo. Nel calendario gregoriano la festa cade vicina all’equinozio di autunno, tra fine settembre ed inizio ottobre.

Storia e usanze

In Cina la festa di metà autunno è un’occasione importantissima per riunirsi alla propria famiglia, seconda solo a quella del Capodanno Cinese. Secondo le credenze popolari, la luna piena è il simbolo della riunione familiare. Si dice che osservare la luna quando si è lontani da casa riporti alla mente la gioia di stare in famiglia e la nostalgia verso la terra natale. Molti famosi poeti cinesi hanno scritto le loro migliori composizioni proprio contemplando la luna.

Ammirare la luna con i familiari e le persone care è una delle tradizioni ancora più sentite. I cinesi amano riunirsi sui balconi delle case e nei parchi in collina per contemplare, fotografare e fare due chiacchiere al chiaro di luna. Nella vita sempre più frenetica delle grandi metropoli cinesi, la sera della festa le strade sono spesso intasate da persone che si affrettano a riunirsi con i propri familiari. Un'antica tradizione che invece purtroppo sta scomparendo è quella di venerare la luna creando un piccolo altare e posizionandoci sopra alcune offerte. Dopo cena vi era infatti l’usanza di preparare un tavolino, di sistemarlo in giardino o nel cortile, e di posizionarci sopra frutta, tortine della luna, incenso e candele. Di solito si sceglievano frutti dalla forma rotonda, come il pomelo, il melograno, i cachi o l’uva.

L’origine di questa festa viene fatta risalire alla dinastia Shang (1600 – 1100 a.C.) e ha perciò più di tremila anni di storia. Si dice che a quei tempi gli imperatori e la popolazione venerassero e facessero offerte a divinità montane e alla luna piena d’autunno, ringraziando per i buoni raccolti e pregando per un futuro radioso.  

Fu solo successivamente, durante la dinastia Tang, che la festa però divenne estremamente popolare: venerare la luna divenne un'usanza diffusa anche tra le classi più agiate. Sulla scia degli imperatori, anche gli ufficiali e i ricchi mercanti cominciarono ad organizzare delle feste presso le loro corti, durante le quali bevevano in onore della luna tra danze e musiche. I cittadini meno abbienti invece pregavano la luna per ricevere un raccolto abbondante nell’anno successivo. Nella fase più tarda della dinastia Tang, questa usanza divenne sempre più diffusa tra la popolazione, anche se ogni famiglia sceglieva come e quando celebrare la luna. Fu durante la dinastia dei Song Settentrionali (960–1279 d.C.) che venne infine stabilita come data ufficiale per le celebrazioni il quindicesimo giorno dell’ottavo mese lunare, che è il primo giorno di luna piena successivo all'equinozio autunnale.

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Le modalità in cui veniva trascorsa la festa divennero sempre più ricche e variegate, cambiando da zona a zona. Bruciare incenso, assistere a danze di dragoni e creature leggendarie, creare e appendere lanterne colorate: queste sono solo alcune delle mille usanze in voga per la festa di metà autunno. In alcune parti della Cina, la sera della festa, venivano fatte offerte alla luna su un altare decorato con dipinti a lei dedicati. La cerimonia era tradizionalmente eseguita da donne, visto che la luna è associata al principio femminile. Frutta, dolci della luna e tazze di vino venivano collocati sull’altare, accanto all’incenso. Una dopo l’altra le donne della famiglia si inchinavano fino a toccare terra con la fronte e poi, al termine della cerimonia, bruciavano i dipinti che decoravano l’altare. L’imperatrice Cixi (1835 – 1908 d.C), una delle figure più famose e controverse della storia cinese, era così appassionata della festa di metà autunno che ogni anno passava personalmente diversi giorni a organizzare elaborati riturali da compiere poi durante la festa.

Attualmente questa festività viene celebrata anche in altri paesi, come in Vietnam e nelle Filippine.

La leggenda di Chang’e

Legate a questa festa ci sono alcune delle più famose leggende cinesi. La più conosciuta è sicuramente quella di Cháng’é 嫦娥. La leggenda narra che in passato c'erano ben 10 soli nel cielo. Questi, a causa del loro calore, rischiavano di estinguere la vita sulla terra. Un eroe di nome Hou Yi, appartenente alla guardia imperiale, abbatté 9 di loro con arco e frecce e fu ricompensato dalla Regina Madre con un elisir di immortalità. Un giorno però, mentre Hou Yi era fuori, il suo apprendista Fengmeng entrò in casa per rubarglielo e Chang’e, la bellissima moglie di Hou Yi, decise di berlo lei stessa pur di non farglielo avere. Chang’e iniziò a fluttuare verso il cielo. Arrivando fino e alla luna che scelse come sua dimora. Hou Yi, disperato per la mancanza della moglie, fece in suo ricordo offerte alla luna, mettendo su un altare il cibo e la frutta che Chang’e aveva amato di più.

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Le tortine lunari

In questo giorno è tradizione mangiare un dolcetto a forma di luna chiamato in cinese yuèbǐng 月饼. Queste tortine sono ormai diventate il simbolo della festa ed è diventata tradizione consumarle insieme alle persone care, a cui è abitudine regalarle in eleganti confezioni, generalmente di colore rosso, per augurare lunga vita, felicità e fortuna. Tipicamente hanno una forma rotonda, che simboleggia la luna e l’unità della famiglia, anche se negli ultimi anni se ne trovano di ogni forma e di ogni colore. La parte esterna delle tortine lunari può essere gommosa o friabile, mentre il ripieno può essere di mille tipi diversi. I più diffusi e tradizionali sono sicuramente il ripieno ai semi di loto, ai fagioli rossi e quello alla frutta secca mista. Attualmente si trovano anche tortine lunari con ripieni di stampo occidentale, come al cioccolato, allo yogurt e al formaggio. Durante questo periodo anche Starbucks in Cina propone tortine lunari con inciso sopra il proprio logo. I gusti vanno dal mandarino al mirtillo, dal tè verde al cioccolato bianco.

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La Cina e la carne di cane: Yulin, tradizioni e ipocrisia

 

Era da tempo che ci tenevo a fare un articolo su questo argomento e, dato il servizio fatto dalle Iene la settimana scorsa sul festival della carne di Yulin, ho deciso di prendere la palla al balzo e di scrivere finalmente quello che c’è da dire a riguardo. In questi anni ne ho sentite di tutti i colori su quello che si mangia in Cina. Spesso ho sentito discorsi pieni di ipocrisia e ricchi di perle di saggezza da parte di chi, in realtà, non conosce come stanno effettivamente le cose.

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I PREGIUDIZI VERSO I RISTORANTI CINESI

Credo che tutti abbiano sentito almeno una volta frasi come “sono venuti ad abitare dei cinesi in zona, infatti non si vedono più gatti randagi” o la più comune “hanno scoperto che in quel ristorante cinese servono il cane invece del pollo”. Mi ricordo di quando avevo all’incirca 17 anni e una mia amica cinese mi raccontava di come i suoi genitori, proprietari di un ristorante, fossero stati multati per avere avuto una parte della cucina non in regola. Quello stesso giorno furono multati altri due ristoranti italiani della stessa zona, ma nel giro di una settimana tutti affermavano con certezza che “il cinese è stato multato perché hanno trovato carne di topo nel freezer”. Questo rovinò non poco la fama del ristorante. I pregiudizi sono una brutta cosa, tenetevene alla larga e pensateci due volte prima di credere a quello che sentite. Vi lascio un link con un articolo del Fatto Quotidiano proprio su quelle che sono le bufale più famose riguardanti i ristoranti cinesi, per chi fosse interessato cliccare qui.

LA CARNE DI GATTO

Quando si parla di Cina bisogna tenere presente in primo luogo che è un paese enorme. Di zona in zona vi sono tantissime differenze tra le usanze e le abitudini, anche alimentari, che si possono incontrare. È difficilissimo parlare di Cina proprio per questo, quello che può essere verissimo per una parte del paese può invece non riguardare affatto le altre regioni. Perciò, tornando a quanto stavamo dicendo, mi sento di dire che in Cina non si mangia il gatto. Nella provincia del Guangdong, zona famosissima proprio perché si mangia di tutto, si possono trovare certi ristoranti o certi mercati in cui si può acquistare la carne di gatto, ritenuta importante per l’inverno in quanto vi è la credenza popolare che protegga dal freddo. Un piatto famoso della zona si chiama infatti “Il drago, la tigre e la fenice”, e viene fatto con carne di serpente, di gatto e di pollo. Nonostante ciò possiamo affermare con certezza che la stramaggioranza della popolazione cinese non mangia questo tipo di carne. Quando insegnavo a Pechino i miei studenti, provenienti comunque da tutte le parti della Cina, rimanevano spesso sconvolti nell’imparare che ci sono effettivamente cinesi che consumano carne di gatto.

LA CARNE DI CANE E IL FESTIVAL DI YULIN

E la carne di cane? Sì in Cina, come anche in Corea, Vietnam e alcuni paesi dell’Africa, si mangia il cane. Anche in questo caso si tratta di un sì parziale dato che la maggior parte della popolazione non lo mangia e che sono tantissime le zone in cui non si riesce a trovare. Secondo la medicina tradizionale cinese la carne canina ha importanti proprietà rinvigorenti. In Cina, fino a qualche decennio fa, non vi era una forte concezione del cane come animale domestico, soprattutto dopo che il Partito Comunista dichiarò nel 1949 che il cane era un elemento borghese e simbolo della decadenza nobiliare. Il consumo di carne di cane ha conosciuto un fortissimo calo negli ultimi anni. Uno dei ristoranti di carne di cane più famosi in Cina, situato a Canton, è stato chiuso nel 2015 dopo pressioni da parte delle autorità locali e di anno in anno diventa sempre più difficile trovare ristoranti che servono questo tipo di carne. Ciò è dovuto in parte all’influenza occidentale, al costo della carne e al fatto che sono sempre più numerosi i cinesi che hanno cani e gatti come animali domestici, in parte anche a una maggiore attenzione a quelli che sono i diritti degli animali.

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Anche il governo cinese negli ultimi anni ha mostrato un atteggiamento ostile al consumo della carne di cane, ma questo perché il governo cinese ha sempre prestato molta attenzione a quella che è l’immagine della Cina a livello internazionale e si sa che in occidente il consumo della suddetta carne non è visto di buon occhio. Prima delle Olimpiadi del 2008 fu infatti ordinato ai ristoranti che servivano carne di cane di togliere quest’ultima dai piatti proposti, in modo da non offendere la clientela straniera. Sinceramente trovo sbagliato questo doversi adattare a quella che è la cultura di altri paesi, nella maggior parte dei casi a quella occidentale. La cosa per cui bisogna lottare in Cina oggi è il riconoscimento di leggi per la protezione degli animali, metodi di macellazione del bestiame controllati e finalizzati a non far soffrire le bestie. Tutta l’attenzione dei media e le critiche della gente però riguardano solo le torture inflitte ai cani, in particolare durante il festival della carne di cane di Yulin. Questo festival è nato nel 2009 per motivi commerciali e, a differenza di come molti affermano, non è affatto una festa tradizionale.

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CRITICHE, INCOMPRENSIONI E IPOCRISIA

Le critiche nate in questa occasione, in particolare se indirizzate a un’intera nazione o a un’intera popolazione, sono decisamente fuori luogo. Quante feste della salsiccia o del salame ci sono in Italia? Queste feste non derivano proprio dalla morte di migliaia di animali? Il fatto che il cane sia in grado di mostrare (o provare, come dicono alcuni) più affetto verso gli essere umani non rende la sua vita più importante rispetto a quella degli altri animali. In Italia ogni circa 15 minuti si uccide un numero di animali pari a quello che si uccide in un anno a Yulin e, se uno si informa tramite documentari e ricerche, quello che avviene in molti macelli anche qui in Europa è comunque terrificante. Non c’è nulla di sbagliato a consumare carne di cane se si reputa giusto essere onnivori; assolutamente sbagliato è invece causare sofferenze gratuite agli animali. Tutta l’attenzione rivolta verso il festival di Yulin, però, dove alcuni animali vengono bolliti vivi e sottoposti a torture indicibili (si pensa l’adrenalina migliori il sapore della carne), è causata proprio dal fatto che si tratta di cani. Dico questo perché, purtroppo, festival di questo tipo sono presenti in moltissimi paesi del mondo verso maiali, pecore e altri animali da allevamento, ma quasi nessuno ne parla. Anche in Europa si fanno bollire vive le aragoste pur di migliorarne il sapore. Un volontario che salva un cane a Yulin diventa un eroe sul web, ma nessuno scrive mai niente sui tetri macelli di carne che producono hamburger per McDonald o KFC in Cina. Se uno vuole veramente fare qualcosa per la questione della difesa degli animali ben venga, ci sono tantissime battaglie da portare avanti e in Cina sono sempre più numerose le associazioni animaliste a cui rivolgersi. Concludo l’articolo narrando di un piccolo episodio che ho vissuto io in prima persona. Durante un viaggio nelle campagne della Cina del nord, vicinissimo al confine con la Corea, sono stato ospite a casa di alcuni contadini per diversi giorni. In quelle zone, data anche l’influenza coreana, è abbastanza comune imbattersi in vere e proprie macellerie canine o in ristoranti che servono il cane, come chi sa il cinese può vedere nella foto che ho scattato.
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Una volta assaggiata la carne di cane, da tanti di loro decantatami, ho scritto del mio viaggio e della mia esperienza online. Dopo aver risposto a un commento poco carino di una ragazza americana, dicendole che il mangiare mucche, conigli o cani è solo una questione di cultura, quest’ultima mi diede del pervertito perché oltre al cane avevo anche mangiato il coniglio. Oltre a lei tantissime persone si dissero offese perché avevo mangiato il cane e alcune dissero persino di volermi cancellare da facebook. Il consiglio che voglio dare è che quando volete parlate di altri mondi e di altre culture, fatelo uscendo da quella che è la vostra percezione delle cose, frutto della società in cui vivete e della sua rispettiva cultura.

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Halloween in Cina

Negli ultimi anni, a seguito della globalizzazione e dell’apertura della Cina verso il mondo, le feste di origine occidentale hanno sempre più successo tra i giovani cinesi e, così come altre feste, anche Halloween è atterrato nel paese del dragone. Molte delle feste occidentali che arrivano, scontato dirlo, non sono veramente sentite dalla popolazione ma sono spesso viste esclusivamente come una scusa per fare baldoria e per incrementare le vendite (in particolare da parte dei locali notturni e dei siti web dediti al commercio elettronico). I cinesi sono abilissimi nel creare nuove festività. Sanno bene, infatti, che sono moltissimi coloro che non resistono alla tentazione di concedersi qualche regalino, o qualche cena più ricca, in occasione delle feste speciali, cinesi o straniere che siano. Negli anni passati in Cina ho avuto modo di vedere in prima persona come i cinesi passano Halloween, festa a me particolarmente cara.    

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Nelle grandi metropoli, quali Pechino, Shenzhen e Shanghai, moltissimi locali delle zone più in voga, spesso frequentate anche dagli occidentali, organizzano serate a tema e riempiono il proprio locale di decorazioni macabre e paurose. Mentre noi qui in Europa abbiamo la festa dei Santi che ci garantisce una bella dormita la mattina successiva, in Cina Halloween viene spesso celebrato il primo sabato che precede il 31 ottobre perché, essendo il giorno dopo domenica, la gente può uscire e partecipare alle serate a tema. 

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Ci tengo a sottolineare come nella stramaggioranza dei casi siano esclusivamente i giovani a celebrare questa festa, spesso le persone più avanti con l’età non hanno neppure chiaro cosa sia questa strana ricorrenza proveniente dall’occidente. In Cina nessun bambino gira di casa in casa pronunciando il famoso “dolcetto o scherzetto?”, ma quasi tutti sanno delle zucche intagliate e che si tratta di un tipo di guǐ jié 鬼节 “festa degli spiriti”.

Come succede anche in Italia (erroneamente, in quanto Halloween qui ha radici ben più antiche di quanto si usi pensare) ogni anno vi sono diverse critiche riguardo a questa sfrenata adozione delle feste straniere, spesso dimenticando le proprie tradizioni e le proprie usanze. Sono sempre più, infatti, gli asili e le scuole materne in Cina che organizzano feste per Halloween, travestendo i bimbi da pipistrelli, mummie e vampiri.

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Molti genitori si lamentano di dover far crescere i loro figli abituandoli a feste che non sono mai state le loro, estranee alla cultura cinese, e che spesso mettono in ombra le altre festività più tradizionali da cui purtroppo i giovani si allontanano sempre di più. Questo allontanamento, in realtà, è spesso da imputare a molte politiche adottate dal governo cinese che, negli anni, ha eliminato o ridotto al silenzio molte festività religiose e antiche. Un altro motivo è che durante le feste tradizionali ci si riunisce con la famiglia. Quale migliore occasione per dare alle nuove generazioni lezioni di morale? È proprio in questi giorni che i giovani si sentono addosso gli occhi dei genitori e dei parenti, arrivando ad avere altissimi livelli di stress date le grandi aspettative che hanno riguardo al matrimonio, il lavoro e gli studi.

Halloween in Cina difficilmente attecchirà ulteriormente. D’altronde nel Celeste Impero vi sono già feste tradizionali riguardanti gli spiriti e i fantasmi, e non sono pochi i demoni che infestano gli incubi dei cinesi sin dall’antichità, così come sono tantissime le spaventose leggende urbane, misto di realtà e finzione, che si sono diffuse a macchia d’olio negli ultimi quindici anni grazie al web. Una cosa che ho notato è che i cinesi tendono ad essere particolarmente suscettibili quando si parla di fantasmi, spesso molto più di noi occidentali. Vi lascio con un paio di queste leggende, augurandovi un paurosissimo, e perché no un po’ cinese, Halloween. Wànshèngjié kuàile! 万圣节快乐! Felice Halloween!

PECHINO – L’ultimo bus per le Colline Profumate

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Il 14 novembre del 1995, in una notte buia e tempestosa, un giovane salì su quello che era l’ultimo bus del giorno diretto alle Colline Profumate. Ripresa la corsa, l’autobus si fermò nuovamente poco più avanti. Due uomini, fermi in piedi sul bordo della strada, avevano infatti fatto segno all’autista di fermarsi, agitando lentamente le braccia avanti e indietro. Inizialmente l’autista aveva pensato di tirare dritto, siccome in quel punto non vi era alcuna fermata, ma ricordandosi che era l’ultima corsa del giorno decise di fermarsi comunque e di farli salire.

I passeggeri rimasero tutti sorpresi nel veder salire non due, ma bensì tre uomini sul bus, vestiti con abiti tradizionali cinesi di epoca Qing. Un uomo, quello scortato dagli altri due e che non si era visto per strada, aveva lunghi capelli neri bagnati e scompigliati. Durante il viaggio nessuno scambiò una parola con questi strani individui dalla pelle bianca come il latte e dall’espressione arcigna ed infastidita. Uno dopo l’altro, tutti i passeggeri scesero alle loro fermate, finché non rimasero sul bus solo il giovane uomo e un’anziana signora, oltre ovviamente all’autista, al controllore e alle misteriose figure.

Il lungo silenzio venne rotto all’improvviso dalla signora, la quale iniziò ad accusare il giovane di averle rubato il portafoglio. Dopo vari minuti di accesa discussione, l’anziana disse che si sarebbe calmata solo se fossero scesi dal bus e si fossero recati alla più vicina stazione di polizia. Il giovane acconsentì ma andò su tutte le furie quando si ricordò che era appena sceso dall’ultimo bus e che la prima stazione di polizia era probabilmente molto lontana. La signora, per calmarlo, gli disse che mentre erano sul bus una folata di vento aveva fatto sollevare la veste di quei bizzarri passeggeri e aveva visto così che erano senza gambe. Per convincere il giovane a scendere aveva inventato quella scusa.  

Il bus venne ritrovato solo tre giorni dopo, in un posto molto distante dalle Colline Profumate. All’interno vi erano tre corpi in un avanzato stato di decomposizione: quello dell’autista, del controllore e di una figura maschile non identificata dai lunghi capelli neri. La polizia non fu mai in grado di fare luce sull’accaduto. Da allora però sono stati molti quelli che hanno detto di aver visto dei fantasmi sulle ultime corse degli autobus notturni.

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HONG KONG– The Hello Kitty Murder

Era il maggio del 1999 quando una ragazzina di 14 anni si presentò alla stazione di polizia di Tsim Sha Tsui, Hong Kong. La ragazzina era totalmente fuori di sé, sembrava terrorizzata e continuava a ripetere frasi senza senso: sosteneva di essere perseguitata dal fantasma di una donna che lei ed altri avevano torturato ed ucciso. 

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La reazione dei poliziotti fu estremamente scettica ma, dato che la ragazzina continuava ad insistere, decisero di accompagnarla a casa ed assicurarsi che tutto fosse tranquillo.

Giunti al terzo piano di una palazzina al numero 31 di Tsim Sha Tsu, trovarono la casa vuota, ma era evidente che nell’edifico viveva più di una persona. La ragazzina, una volta arrivata in casa, entrò in uno stato di profonda agitazione e indicò agli agenti un enorme pupazzo di Hello Kitty, a forma di sirena, a terra vicino a letto.

Intravedendo qualcosa di lucido al suo interno, un agente scucì il pupazzo e vi trovò un teschio umano. Grazie agli investigatori e alla testimonianza della ragazzina, si scoprì che il cranio apparteneva a Fan Man-yee, una ragazza cinese di 22 anni, che era già nota alla polizia per prostituzione e furto. La donna, un’anno prima, aveva cominciato a lavorare in una casa d’appuntamento di Tsim Sha Tsu, dove la maggior parte della sua clientela era formata da malavitosi della peggior specie. Uno di questi la rapì e la povera ragazza diventò l’oggetto delle sue follie e di quelle di altri tre complici, che iniziarono a torturarla per il solo gusto di farlo, dapprima a mani nude, ben presto con soprammobili, barre di metallo e vari oggetti affilati. Dopo due mesi di torture, finalmente Fan morì.

Dopo l’arresto e l’incarcerazione dei colpevoli, la polizia notò sulle telecamere di sicurezza che nei mesi successivi alla morte di Fan vi era una donna, sfocata nelle immagini delle riprese, che si aggirava costantemente intorno all’appartamento o che compariva all’interno dei negozi al piano terra durante le più svariate ore notturne. Questo crimine fu nelle prime pagine dei giornali per molto tempo e sono tanti coloro che non si attentano ad avvicinarsi, da soli e di notte, a quella palazzina al numero 31 di Tsim Sha Tsu.

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Il Natale in Cina

Un paio d’anni fa ho passato per la prima volta il Natale in Cina. Non essendo una tradizione cinese e per paura di non riuscire a entrare nello spirito di questa festa, ho cercato di ricreare nel mio appartamentino un po’ di magia del Natale. Dopo aver acquistato a 10 euro su Taobao 淘宝 (il principale sito web di e-commerce cinese) un albero di 1 metro e 20 cm, con tanto di addobbi inclusi, ho fatto anche scorta di rosoni, lucine e pandori di importazione. Nel quartiere dove abitavo però non vi era proprio alcuna traccia del Natale: nessuna luce ai balconi e nessun albero nei negozi. Nonostante negli ultimi anni vi sia stata una grandissima adozione delle feste occidentali da parte dei cinesi, quest’ultime raramente vengono capite a fondo. Le varie volte che mi sono confrontato con i miei studenti ed i miei amici cinesi per capire se sapessero cosa fosse il Natale, mi sono reso conto che in pochi sono a conoscenza del lato religioso della festa, spesso vista semplicemente come una festa magica e colorata che viene dall’Occidente. La festa del caro shèngdàn lǎorén 圣诞老人, di Babbo Natale insomma.

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Spesso, come abbiamo già visto insieme per Halloween, si tratta solo di occasioni per aumentare il commercio e per fare baldoria. In Cina, paese prevalentemente ateo, i cristiani sono circa il 3% della popolazione e sono in costante aumento. Nelle chiese presenti sul territorio vengono celebrate messe natalizie e anche tra i cristiani cinesi vi è l’usanza di recarsi a messa la sera della vigilia. La tradizione del Natale, a parte che per i “pochi” cristiani, non è però affatto radicata e il 25 dicembre è sul calendario un giorno feriale, tranne che ad Hong Kong e Macao, dove viene riconosciuta come giorno festivo.

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Ma in Cina quindi dove si incontra il Natale (o perlomeno il suo lato commerciale)? Prevalentemente nei centri commerciali, in certe tipologie di ristoranti e nelle strade dove ci si reca generalmente per fare shopping. In questi posti gli addobbi certo non mancano, e a volte vengono incomprensibilmente lasciati (forse per dimenticanza) fino a molto dopo le festività. Per quanto riguarda le decorazioni, i cinesi amano spesso fare le cose in grande: alberi maestosi, luci ovunque e canzoni natalizie a massimo volume. Da Starbucks e in varie caffetterie cinesi è possibile sentire la famosa Jingle Bells già da inizio novembre.

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I cinesi non fanno, ovviamente, l’albero di Natale e non preparano cene o regali da consegnare la mattina del 25. Nel caso in cui volessero andare fuori a cena per l’occasione, negli ultimi anni è diventato diffuso nei giorni natalizi il consumo del piatto tipico di Suzhou bā bǎo yā 八宝鸭, L’anatra degli otto tesori, visto come una versione tradizionale cinese del tacchino ripieno americano. L’anatra viene infatti riempita con molti ingredienti tra i quali troviamo carne di pollo, gamberi, castagne, bambù, riso e salsa di soia.

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Un’altra usanza di stampo cinese particolarmente diffusa è quella di regalare delle mele il giorno della Vigilia. In cinese la Vigilia di Natale viene chiamata píng ān yè 平安夜, dove píng 平 “pace” è omofono con píng 苹 “mela”. Regalare una mela è diventato quindi un modo per augurare pace e serenità.

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È proprio in Cina però che troviamo quello che potrebbe essere definito il vero laboratorio di Babbo Natale. Purtroppo però non si tratta di un luogo tanto magico e sereno. Conosciuta come “il villaggio di Natale della Cina”, la città di Yiwu 义乌, abitata da più di un milione di persone, è la casa di circa 700 fabbriche che sfornano oltre il 60% di tutte le decorazioni e gli addobbi natalizi del mondo, dagli alberi illuminati in fibra ottica ai cappelli di Santa Claus. Spesso le condizioni lavorative non sono ottimali, con scarsa attenzione alla salute e operai che lavorano circa 12 ore al giorno, senza ricevere stipendi adeguati.

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Yiwu è stata definita dall’Onu e dalla Banca Mondiale «il più grande mercato all’ingrosso di beni di piccole dimensioni del mondo». Un business enorme, per favorire il quale è stato stretto alcuni anni fa un accordo tra Cina e Spagna, che prevede un collegamento ferroviario dalla città di Yiwu fino a Madrid e che copre circa 13 mila chilometri in circa tre settimane. Li Qiang, governatore dello Zhejiang, ha chiamato il progetto «la nuova via ferroviaria della seta». Il convoglio attraversa Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia, Germania, Francia e nel suo viaggio inaugurale di alcuni anni fa ha trasportato in Spagna trenta container con 1.400 tonnellate di giocattoli e addobbi di Natale che sono stati successivamente distribuiti sul mercato europeo.

Zhù dàjiā shèngdànjié kuàilè 祝大家圣诞节快乐!Buon Natale  a tutti voi!

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Le donne guerriere nella storia cinese

Negli ultimi anni le donne guerriere all’interno di film, serie tv e videogiochi sono sempre più numerose. Nella storia di moltissimi popoli incontriamo leggende e racconti, alcuni basati su eventi reali, su queste affascinanti e potenti figure femminili. Per quanto riguarda la Cina, sicuramente la prima guerriera che raggiunge i nostri pensieri grazie al film della Disney è Hua Mulan, ma si tratta di un’eroina realmente esistita? Quanto c’è di vero nel cartone animato che tutti conosciamo? Scopriamo insieme in questo articolo quali sono le principali guerriere nella storia della Cina.

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Hua Mulan 花木兰

Dopo aver fatto sognare tantissimi bambini (e non solo), l’omonimo capolavoro della Disney è anche il motivo per cui numerose persone si sono avvicinate allo studio della lingua cinese. A volte basta la visione di un film, un’amicizia fugace, una canzone per radio per dare il via a una storia d’amore con un’altra cultura. Mulan, il cui nome indica la magnolia liliflora, è una guerriera leggendaria nominata per la prima volta in un poema epico anonimo del periodo delle Dinastie del Nord (386 -581), conosciuto come La ballata di Mulan. Il cognome Hua 花 le è stato attribuito successivamente dai cantastorie che narravano le sue gesta, arricchendo la storia di nuove imprese eroiche ogni volta che la raccontavano. Sono presenti anche versioni in cui il suo cognome è Zhu o Wei, ma Hua è quello sicuramente più conosciuto; il cognome Fa che ha nel film Disney deriva invece dalla pronuncia cantonese di Hua 花. Il grande successo di questa leggenda arrivò però solo più avanti: è a partire dal dodicesimo secolo, e in particolar modo dal diciassettesimo, che la fama di Mulan cresce a dismisura, diventando soggetto di moltissimi poemi, racconti e rappresentazioni teatrali. Nonostante ogni tanto qualcuno affermi che Mulan sia realmente esistita, non ci sono prove o testimonianze sufficienti a supporto di tali affermazioni. Gli storici, di conseguenza, considerano Mulan come un personaggio immaginario, diventato simbolo di patriottismo, un esempio di pietà filiale e una rappresentante di tutte le donne di valore ed eroismo.

La prima e più antica versione di Mulan si apre con una ragazza seduta, triste e preoccupata per il destino del padre, chiamato alle armi nonostante la sua età e i suoi problemi di salute. Il suo unico figlio maschio infatti, fratello minore di Mulan, era troppo piccolo per poter andare. Mulan decide così di prendere il posto del padre vestendosi da uomo e parte per la guerra. Una volta finita la guerra, durante la quale ha combattuto eroicamente e sconfitto moltissimi nemici, rifiuta tutti i titoli e gli onori offertile. Nei dodici anni che combatte per la Cina nessuno si accorge che è una ragazza e ciò viene capito dai suoi compagni quando vanno a trovarla per farle visita una volta finita la guerra, accogliendo la novità con gioia e sorpresa.

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Come abbiamo detto, esistono però tantissime versioni di Mulan. In alcune versioni Mulan torna a casa e si sposa con il suo vicino di casa in un matrimonio combinato organizzato dai genitori, in altre vive felicemente con un suo compagno di battaglie di cui si era innamorata e in altre ancora commette il suicidio dopo aver ricevuto l’ordine dall’imperatore di diventare sua concubina. Personaggi come Mushu e Li Shang invece sono state aggiunte della Disney.

Sono tantissimi i film e le serie tv incentrate su questa eroina e per chi non lo conoscesse consigliamo il film cinese del 2009 in cui l’attrice Zhao Wei svolge il ruolo di protagonista. Attualmente la Disney sta inoltre girando il live-action di Mulan che uscirà nei cinema nel 2020  e che avrà un cast stellare: Liu Yifei e Gong Li tra i tanti. Persino un cratere su Venere, pensate un po’, è stato chiamato proprio Hua Mulan.  

Fu Hao 婦好

Mentre la storia di Mulan si perde nella leggenda, una guerriera realmente esistita e importantissima per la storia della Cina è stata Fu Hao, conosciuta anche con il nome di Mu Xin. All’epoca della dinastia Shang, il re Wu Ding puntava ad ottenere alleanze con le tribù vicine sposando una donna proveniente da ognuna di esse. Fu Hao andò incontro proprio a questo destino, diventando una delle 64 mogli di Wu Ding. Data la sua bellezza e la sua intelligenza ottenne però un ruolo di primaria importanza sulle altre mogli, e Wu Ding le insegnò a compiere rituali e sacrifici, onore riservato a pochissime donne e in genere alla prima moglie del re. Con il tempo, date anche le sue doti nel combattimento, venne nominata generale e le furono affidate diverse campagne militari. Le sue abilità si dimostrarono particolarmente utili nello scontro tra Shang e Tu-Fang, battaglia andata avanti per generazioni e a cui solo Fu Hao riuscì a porre fine con una grandiosa vittoria. Altre vittorie importanti la portarono ad essere considerata il generale più forte dei suoi tempi, con più di 13000 guerrieri al suo comando. In quegli anni in realtà vedere una donna combattere non era una cosa così insolita. I resti e le ossa trovate ci mostrano infatti come negli eserciti dell’epoca vi fossero centinaia di donne. Nella sua tomba, fatta edificare dallo stesso monarca Wu Ding che le sopravvisse e rinvenuta a Yinxu nel 1976, sono state rinvenute molte armi, tra le quali una grande ascia da battaglia, importante testimonianza del suo valore come guerriera.

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Madre Lü 呂母

Lü Mu, letteralmente "La madre di Lu", visse durante la dinastia Xin e morì nel 18 a.C. La data di nascita rimane sconosciuta. Nacque nello Shandong in una famiglia molto ricca e, una volta vedova, iniziò ad occuparsi degli affari di famiglia. Il periodo in cui visse Lü Mu fu particolarmente turbolento per la società cinese. Wang Mang 王莽 infatti aveva usurpato il trono proclamandosi imperatore e aveva dato il via a una serie di politiche e di alte tassazioni che furono fortemente criticate. Le inondazioni del fiume giallo di quegli anni minarono ulteriormente la stabilità economica già precaria. Lü Mu era conosciuta per il suo buon cuore e più volte aveva aiutato i poveri e i contadini dando loro cibo e denaro. Suo figlio, Lü Yu, che aveva lavorato come connestabile per la contea di Haiqu, venne condannato a morte dopo essersi rifiutato di punire dei contadini che non avevano i soldi per pagare le tasse. La madre, furiosa, iniziò a pianificare la vendetta, utilizzando il suo denaro per acquistare armi, cavalli e per convincere sempre più persone a schierarsi dalla sua parte. Le scelte infelici del governo spinsero tantissime persone a seguirla e Lü Mu fu la prima leader a schierarsi contro Wang Mang. Dopo essersi proclamata generale e aver raggiunto un buon numero di ribelli pronti a combattere per la sua causa, marciò nel 17 con i suoi uomini su Haiqu, catturando il supervisore locale e decapitandolo. Lü Mu mise poi la sua testa sulla tomba del figlio, come simbolo della vendetta ormai compiuta. Lü Mu morì nel 18 a causa di una malattia ma il suo esempio e la sua forza spinsero moltissimi contadini di tutte le regioni a rivoltarsi contro Wang Mang. Gli storici cinesi affermano che le azioni di Lü Mu, prima leader ribelle della storia cinese, diedero il via a tutte le rivolte che portarono alla caduta della dinastia Xin.

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Zheng Shi (La vedova Zheng) 郑氏

La Cina vanta secoli di pirateria al pari del Vecchio Continente. I pirati cinesi, spesso a differenza di quelli occidentali, finivano per comandare intere flotte di navi. Tra questi troviamo Zheng Yi 郑一(1765 – 1807), uno dei più temuti e noti pirati durante la dinastia Qing, il quale comandava una flotta di 200 giunche e 150 mila pirati. Nel 1801 sposa una donna il cui vero nome rimane un mistero ma che è rimasta conosciuta nella storia come Zheng Shi, ovvero “La vedova di Zheng”. Nata nel 1775, aveva lavorato per anni in un bordello di Canton come prostituta, adottando il “nome d’arte” Shi Xianggu 石香姑. Il pirata Zheng Yi, innamoratosene follemente, la fece rapire per poi chiederle di sposarlo. Ella acconsentì a tale richiesta a patto che lui le cedesse metà del suo patrimonio e la mettesse al comando di una nave della sua flotta. Con il tempo divenne inoltre un’importantissima consigliera per il marito, ottenendo sempre più rispetto tra i suoi uomini. Nel novembre del 1807 Zheng Yi morì al largo delle coste del Vietnam a soli 39 anni, buttato in acqua da un’onda particolarmente violenta e affogando tra i flutti. Subito dopo la morte del marito, la vedova Zheng iniziò a tramare la sua ascesa al potere, e vi riuscì grazie anche a una serie di relazioni importanti e convincendo in molti a seguirla a causa della loro lealtà verso il defunto marito. Le sue abilità in battaglia e come stratega convinsero molti pirati a darle il proprio appoggio. Sotto la sua guida, la flotta divenne imbattibile e sempre più temuta. La Red Flag Fleet, questo il suo nome, terrorizzava non solo le navi cinesi ma anche quelle inglesi e portoghesi. Zheng Shi arrivò persino a rapire un ufficiale britannico della Compagnia delle Indie Orientali, così come altri sette marinai inglesi. Creò inoltre un codice molto severo che i suoi pirati dovevano seguire rigorosamente, mostrando particolare riguardo alle prigioniere: qualsiasi atto di violenza sessuale nei loro confronti sarebbe stato punito con la pena di morte. La vedova Zheng rimase a capo della flotta fino al 1810, anno in cui fu offerta l'amnistia a tutti i pirati da parte del governo cinese, e Zheng Shi la accettò, terminando la sua carriera quello stesso anno. Nonostante fu al comando della sua flotta solo tre anni, è considerata uno dei pirati più importanti mai esistiti nella storia. Con i soldi ottenuti nella sua vita da pirata aprì una casa per il gioco d'azzardo. Morì nel 1844, all'età di 69 anni. Il film del 2003 Cantando dietro ai paraventi di Ermanno Olmi si ispira alla storia di Zheng Shi, personaggio presente anche nei Pirati dei Caraibi – Ai Confini del Mondo.

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“Tra Cina e Italia” punta ad essere un punto di riferimento, in particolare (ma non solo) per coloro situati tra Modena e Reggio Emilia, per coloro che vogliono capire di più o per quelli che hanno a che fare con il mondo cinese. Quello che sogno è di riuscire a portare un po’ di Cina autentica anche qui, avvicinando le persone a un mondo di cui sanno molto poco o di cui hanno una visione non sempre corrispondente alla realtà. Sul sito verranno pubblicati regolarmente post che parlano della Cina e che vorrei condividere con tutti coloro che condividono questa passione. Dalla cultura al cibo, dalla lingua ai viaggi. Cercherò di inserire nei post anche alcuni scatti a cui sono particolarmente legato, scelti tra le migliaia di foto fatte in questi anni. “Tra Cina e Italia” offre diversi servizi, come per esempio corsi di lingua cinese (sia per privati che per aziende) o di italiano per cinesi. Servizi di traduzione ed interpretariato, così come di accompagnatore viaggi. Corsi e serate, portate avanti insieme ad un cuoco professionista, per imparare a cucinare il cibo cinese (quello vero). Si organizzano anche eventi dedicati all’approfondimento della cultura e della società cinese.

 

 

 

 

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La nuova via della seta

L’Italia è stato uno dei primi paesi in Europa a commerciare con la Cina. Già più di 2000 anni fa la Via della seta permetteva a queste due civiltà di portare avanti importanti scambi. Personaggi come Marco Polo, Matteo Ricci e Giuseppe Castiglione portarono i due paesi ad avere una più profonda comprensione reciproca. Fino ad oggi però l’Italia è stato uno dei paesi a lavorare meno con la Cina, cercando a volte di evitare dei rischi ma finendo spesso per perdere importanti occasioni. Che le cose stiano per cambiare?

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Il presidente Xi Jinping sarà in visita nel nostro paese dal 21 al 24 marzo, giorni che vedranno anche la firma di un memorandum d’intesa per quanto riguarda l’importante iniziativa della Nuova via della seta. Gli Stati Uniti hanno già fatto sentire la propria voce, invitando l’Italia a non legittimare la Cina. C’è chi vocifera già che la firma di questo memorandum porterà ad un incrinamento dei rapporti tra gli USA e l’Italia. Mentre Berlusconi si dice molto preoccupato da questo accordo, il quale a suo dire potrebbe mettere a rischio la nostra libertà, a Bruxelles c’è chi teme che l'adesione al protocollo rischi di danneggiare il tentativo di trovare un percorso comune nell'Ue per gestire gli investimenti cinesi. Conte però tranquillizza: «L’Italia fisserà con la Cina — attraverso un memorandum che, preciso subito, non ha la natura di accordo internazionale e non crea vincoli giuridici — una cornice di obiettivi, principi e modalità di collaborazione nell’ambito dell’iniziativa Belt and Road, un importante progetto di connettività euroasiatica cui il nostro Paese guarda con lo stesso interesse che nutriamo per altre iniziative di connettività tra i due continenti. Il testo, che abbiamo negoziato per molti mesi con la Cina, imposta la collaborazione in modo equilibrato e mutualmente vantaggioso. Abbiamo preteso un pieno raccordo con le norme e le politiche Ue, più stringente rispetto ad accordi analoghi firmati da altri partner Ue con Pechino. Abbiamo inserito chiari riferimenti ai principi di sostenibilità economica, sociale, ambientale, di reciprocità, trasparenza e apertura cari all’Italia e all’Europa». Anche l'assessore regionale allo Sviluppo Economico Mino Borraccino ha affermato che: "La Nuova Via della Seta è una grande opportunità per la Puglia, sarebbe incomprensibile perderla".

Dibattiti e dibattiti su qualcosa che non si capisce a fondo, come ha affermato a Bruxelles Giovanni Tria, ministro dell’economia: «Si sta facendo credo una gran confusione su questo accordo, che non è un accordo, è un Memorandum of understanding. Si ribadiscono i principi di cooperazione economici e commerciali presenti in tutti i documenti europei, nessuna regola commerciale ed economica viene cambiata».

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Ma che cos’è esattamente questa Nuova via della seta (yī dài  yī lù 一带一路, in inglese One Belt One Road)? Si tratta di un'iniziativa strategica della Cina per il miglioramento dei suoi collegamenti commerciali con i paesi nell'Eurasia. Partendo dallo sviluppo delle infrastrutture di trasporto e logistica, la strategia cinese mira a promuoverne il ruolo nelle relazioni commerciali globali, favorendo i flussi di investimenti internazionali e gli sbocchi commerciali. La giornalista Giulia Pompili ha definito l’iniziativa della Nuova via della seta come «un nuovo ordine mondiale con “caratteristiche cinesi”, un progetto strategico che guarda ai prossimi cinquant’anni e non ai prossimi cinque, capace di mettere in sicurezza gli interessi cinesi in ogni angolo del globo e contrastare l’egemonia dell’altra potenza: quella americana». Si tratta indubbiamente di un grandissimo progetto che può portare tanta ricchezza non solo alla Cina ma anche a tutti i paesi che si trovano sul suo percorso. La sua costruzione ha già ottenuto tanti risultati in molti ambiti diversi, dalla politica alle infrastrutture, dagli scambi culturali al commercio.

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Leggiamo insieme qualche affermazione del presidente Xi Jinping su questo progetto:

 “La Nuova via della seta punta a costruire una nuova piattaforma di cooperazione win-win per la comunità internazionale. Questa iniziativa, nata dalla Cina ma che appartiene al mondo, si basa sui principi di cooperazione, costruzione congiunta e beneficio reciproco. Si impegna nella costruzione di un percorso di pace, prosperità, apertura, sostenibilità, innovazione e civiltà, offrendo nuove opportunità di sviluppo ai paesi che ne prendono parte.”

“La costruzione della Nuova via della seta è il modo della Cina per partecipare a una cooperazione globale aperta, migliorare il sistema di governance economica globale, promuovere la prosperità di uno sviluppo congiunto e la costruzione di una comunità umana dal futuro condiviso. Nel promuovere la costruzione della Nuova via della seta dobbiamo trattare i paesi lungo il suo percorso con onestà, mantenendo la nostra parola e mostrandoci risoluti nella nostra opera. Bisogna portare avanti collaborazioni di mutuo vantaggio permettendo a tali paesi di trarre beneficio dalla crescita economica cinese.”

“L’antica via della seta ha prosperato in tempi di pace ed è decaduta in tempo di guerra. La costruzione della Nuova via della seta necessita di un ambiente pacifico e stabile. Dobbiamo costruire un nuovo tipo di relazione internazionale che abbia al suo centro il reciproco vantaggio, che porti al dialogo e non allo scontro e che sia caratterizzato da collaborazioni sottoforma di amicizie piuttosto che alleanze. Tutti i paesi devono mostrare rispetto verso la sovranità, la dignità, l'integrità territoriale, i percorsi di sviluppo, i sistemi sociali, gli interessi primari e le principali preoccupazioni degli altri stati.”

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E infine parliamo di cifre, guardiamo qualche dato interessante:

Entro la fine del 2018 la Cina ha firmato 170 documenti di cooperazione politica con 122 nazioni e 29 organizzazioni internazionali. La cerchia di partner della Nuova via della seta ricopre l’Asia, l’Europa, l’Africa, l’Oceania e l’America Latina.

I porti cinesi hanno stabilito rotte con più di 600 porti di primaria importanza, per un totale di più di 200 paesi. L'indice di interconnessione marittima rimane il numero uno al mondo.

La Cina ha investito 40 miliardi di dollari USA per costituire la Nuova via della seta.

Questa iniziativa ha portato alla costruzione di 82 zone di cooperazione economica e commerciale all’estero

La Ferrovia Addis Abeba-Gibuti, prima ferrovia africana elettrificata e transnazionale la cui costruzione è stata gestita dalla Cina con standard e tecnologie cinesi, è già entrata in attività.

Il porto di Gwadar, costruito congiuntamente da Cina e Pakistan, darà una nuova forma al corridoio economico tra i due paesi.

Ha preso il via il primo progetto ferroviario ad alta velocità della Cina all’estero: è già iniziata la costruzione complessiva della ferrovia ad alta velocità di Giava, Indonesia.

Il gasdotto cino-russo in doppia linea è entrato ufficialmente in funzione. È iniziata la progettazione da parte dei due paesi di una linConnessioni finanziarie

Il numero dei membri della Banca Asiatica d'Investimento per le Infrastrutture è salito a 93, di cui il 60% sono paesi lungo la Nuova via della seta.

Gli investimenti diretti esteri hanno superato gli 80 miliardi di dollari USA.

La Cina e i paesi partecipanti alla costruzione della Nuova via della seta hanno accelerato la velocità della logistica rafforzando la collaborazione doganale, migliorando la cooperazione e la coordinazione per l’ispezione ed accelerando l’inserimento dei prodotti agricoli e alimentari.

Dal 2013 al 2018, il volume totale delle importazioni e delle esportazioni della Cina e dei paesi lungo la Nuova via della seta ha raggiunto il valore di 6.469,19 miliardi di dollari.

La Nuova via della seta ha creato 244 mila posti di lavoro nelle aree locali.

Entro la fine di aprile 2018, la Cina ha stabilito 1023 gemellaggi con città di 61 paesi lungo la Nuova via della seta, pari al 40,18% del numero totale di gemellaggi con città straniere in Cina.

Nel 2017, gli scambi turistici tra la Cina e i paesi della Nuova via della seta hanno visto lo spostamento di 60 milioni di persone. Rispetto al 2012, le uscite e gli ingressi collegati alla Nuova via della seta sono aumentati rispettivamente di 2,6 e 2,3 volte. Il turismo portato da questa iniziativa è diventato un importante punto di crescita per il turismo mondiale.

Tra la Cina e 29 paesi della Nuova via della seta sono stati tolti i visti o attivati i visti all’arrivo.

Nei paesi lungo la Nuova via della seta sono stati creati 173 Istituti e 184 Aule Confucio.

Le borse di studio del governo cinese aiutano finanziariamente ogni anno 10000 matricole dei paesi della Nuova via della seta per andare a studiare e perfezionarsi in Cina.

 

Qui il link per il testo completo dell'intesa tra Cina e Italia riguardo la Nuova via della seta.

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“Tra Cina e Italia” punta ad essere un punto di riferimento, in particolare (ma non solo) per coloro situati tra Modena e Reggio Emilia, per coloro che vogliono capire di più o per quelli che hanno a che fare con il mondo cinese. Quello che sogno è di riuscire a portare un po’ di Cina autentica anche qui, avvicinando le persone a un mondo di cui sanno molto poco o di cui hanno una visione non sempre corrispondente alla realtà. Sul sito verranno pubblicati regolarmente post che parlano della Cina e che vorrei condividere con tutti coloro che condividono questa passione. Dalla cultura al cibo, dalla lingua ai viaggi. Cercherò di inserire nei post anche alcuni scatti a cui sono particolarmente legato, scelti tra le migliaia di foto fatte in questi anni. “Tra Cina e Italia” offre diversi servizi, come per esempio corsi di lingua cinese (sia per privati che per aziende) o di italiano per cinesi. Servizi di traduzione ed interpretariato, così come di accompagnatore viaggi. Corsi e serate, portate avanti insieme ad un cuoco professionista, per imparare a cucinare il cibo cinese (quello vero). Si organizzano anche eventi dedicati all’approfondimento della cultura e della società cinese.

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I cinesi che si recano in Italia: studio e turismo

Dalla fine del 1800 l’Europa è diventata la prima scelta per gli intellettuali e per gli studenti cinesi che cercano nuove idee e nuove conoscenze. Molti leader, politici, pensatori, autori e artisti cinesi del ventesimo secolo hanno avuto esperienze di studio in Europa. Lo stesso marxismo, a cui oggi la Cina fa riferimento, fu introdotto dagli studenti che si recarono all’estero. Purtroppo però per molti anni l’Italia non è mai diventata una delle mete principali scelte dagli studenti o dai turisti.

La situazione iniziò a cambiare dopo la stabilizzazione ufficiale delle relazioni diplomatiche italo-cinesi nel 1970: per lo studio e la diffusione della lingua italiana in Cina iniziò una nuova era. Ormai vicini al 2020, anno in cui ricade il cinquantesimo anniversario della nascita delle relazioni diplomatiche tra Cina e Italia, analizziamo insieme la situazione dei cinesi che vengono in Italia per motivi di studio e turistici.

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STUDIARE IN ITALIA

Il 2005 fu un anno particolarmente importante per quanto riguarda gli studenti cinesi che decidono di recarsi nel Bel Paese o comunque di intraprendere un percorso basato sulla lingua italiana. I governi delle due nazioni firmarono infatti un accordo di cooperazione per incrementare il numero degli studenti diretti nei paesi reciproci. Da quel momento, grazie ai programmi di studio “Marco Polo” e il successivo “Turandot”, così come alla profonda collaborazione tra gli enti di ricerca e le università dei due paesi, il numero degli studenti che hanno deciso di venire in Italia a studiare è aumentato costantemente, raggiungendo un picco negli ultimi anni. Si stima infatti che siano tra i 5 e i 6 mila gli studenti cinesi che si recano ogni anno in Italia, ai quali si vanno a sommare le persone che ci si recano in visita accademica o per formazione professionale, per un totale di più di 8000 visti di studio rilasciati dalle ambasciate italiane in Cina ogni anno. Questi numeri hanno permesso all’Italia di diventare per la prima volta una delle più importanti destinazioni scelte dagli studenti cinesi, soprattutto per coloro che vogliono studiare arte e moda. Tuttavia, secondo coloro che conoscono a fondo questo fenomeno, la situazione non è delle più rosee. Questo perché sia le autorità scolastiche che le università di entrambi i paesi si sono accorti di numerosi problemi che riguardano gli studenti cinesi che vanno in Italia per studio. Tra i principali troviamo:

  • Nonostante abbiano ottenuto il certificato di conoscenza linguistica di livello A2 o B2 approvato dallo stato italiano, molti studenti hanno grandi difficoltà nell’uso della lingua. Il loro basso livello linguistico e le difficoltà nell’usare la lingua italiana causano ostacoli nello studio e nel soddisfare esigenze di vita quotidiana.
  • La maggior parte degli studenti che sceglie l’Italia non lo fa per passione verso la cultura ma bensì perché i requisiti richiesti sono più bassi, così come le spese per gli studi. Rispetto ad altre tradizionali mete quali l’America, l’Inghilterra, il Canada, la Germania, la Francia e il Giappone, possiamo dire che l’Italia è più conveniente. Vale a dire che molti studenti che decidono di andare in Italia lo fanno perché i loro voti o le condizione economiche della famiglia non gli permettono di andare nei paesi sopracitati.
  • Le scarse abilità linguistiche e le deboli capacità di apprendimento non permettono agli studenti di integrarsi nella vita locale e nell’ambiente studentesco; di conseguenza sono poche le persone che riescono a superare con successo gli esami. Vi sono persino alcune università che hanno abbassato gli standard degli esami e di laurea apposta per gli studenti cinesi; sempre più numerose sono anche le università che diminuiscono il numero di posti per gli studenti del programma Marco Polo.

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Nonostante questo la situazione della diffusione di libri o prodotti culturali italiani è molto migliore. Secondo alcune statistiche, il numero delle opere italiane tradotte in Cina negli ultimi otto anni ha superato il totale di quelle tradotte in tutto il ventesimo secolo e nei primi dieci anni del ventunesimo. Ogni anno vengono pubblicati in Cina più di 400 libri diversi di letteratura italiana. La Divina Commedia, il Decameron, Il Cuore e altre opere classiche vendono ogni anno molto di più qui che in Italia. Scrittori italiani contemporanei, come Italo Calvino e Umberto Eco, hanno in Cina moltissimi fan. I libri ad immagini di letteratura italiana per l’infanzia sono da sempre molto apprezzati dagli editori cinesi. Tuttavia, se studiamo il fenomeno a fondo, possiamo facilmente renderci conto che l'influenza della cultura italiana in Cina non corrisponde a quello che è il vero potere culturale dell'Italia. La sua influenza è di molto inferiore rispetto ad altre culture come quella americana, inglese, francese e tedesca. Persino il caffè, la pizza, il vino e il calcio, motivi d’orgoglio dell’Italia, perdono contro Starbucks, Pizzahut, Château Lafite-Rothschild e la Premier League inglese。

IL TURISMO CINESE IN ITALIA

Negli ultimi anni il numero di cinesi che si recano all’estero per motivi turistici è cresciuto esponenzialmente. Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite, più di un quinto dei consumi fatti dai turisti all’estero avviene da parte dei turisti cinesi. Al secondo posto vi sono i turisti statunitensi, i cui consumi però sono solo la metà di quelli dei cinesi. Questa situazione ha portato sempre più paesi a prestare grande attenzione a come attirare i turisti provenienti dalla Cina e sono in continua crescita i programmi turistici creati appositamente per loro. Secondo alcune stime l’Italia è il terzo paese d’Europa più visitato, dopo Francia e Germania, e Roma è la seconda città più scelta, seconda solo a Parigi. Altra cosa degna di nota è l’aumento dei turisti cinesi che si recano in Italia con viaggi indipendenti.

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Le abitudini di vita dei cinesi sono però spesso diverse da quelle presenti in occidente. Essi infatti, una volta arrivati nei paesi occidentali, devono spesso affrontare piccoli disagi nelle loro giornate. Un esempio può essere il fatto che i cinesi sono abituati a bere acqua calda e preferiscono prepararsi il tè da soli, tuttavia nelle camere degli hotel europei è quasi impossibile trovare dei bollitori elettrici.

L’esperto di Cina italiano Jacopo Sertoli ha creato un progetto chiamato “Welcome Chinese” volto proprio ad affrontare questa problematica. L’obiettivo è quello di offrire ai turisti cinesi che si recano all’estero dei servizi e delle esperienze migliori, in modo da garantire loro degli standard di ospitalità cinesi anche nei paesi occidentali ed evitare disagi dovuti a differenze culturali tra le nazioni. In questo modo si riesce a permettere loro di vivere al meglio le usanze locali e allo stesso tempo si aiutano gli alberghi del luogo ad offrire un servizio attento e mirato.

Il numero dei turisti cinesi è aumentato significativamente e questo tipo di mercato turistico più maturo, in linea con i loro gusti e le loro abitudini di consumo, si sta gradualmente espandendo. “Attualmente i servizi europei non riescono ancora a soddisfare pienamente le esigenze dei turisti cinesi. Dobbiamo fare ulteriori progressi” ha affermato Jacopo Sertoli, “Da quando nel 2017 l’European Travel Commission e la China Tourism Academy hanno firmato un accordo portando “Welcome Chinese” ad essere un progetto riconosciuto per il turismo nei paesi europei, l’Europa ha accolto almeno 300 mila turisti cinesi ogni anno, i quali hanno contribuito all’economia spendendo più di un miliardo di euro. Date queste grandi cifre anche lo stesso mercato europeo deve raggiungere una maggiore comprensione dei turisti cinesi.”

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“Consideriamo ora il caso dell’Italia. Il turismo dalla Cina è diventato il mercato che nei prossimi anni avrà la maggiore stabilità. Per questo motivo dobbiamo assolutamente impegnarci a migliorare la loro esperienza qui. Solo in questo modo si riuscirà a promuovere efficacemente lo sviluppo della nostra futura industria turistica locale”, ha continuato Sertoli. “Da quando è stato lanciato ufficialmente il progetto “Welcome Chinese” nel 2012, siamo riusciti ad aiutare il mercato turistico estero, ed in particolare quello italiano, a conoscere meglio i cinesi. Abbiamo inoltre promosso modalità migliori per accoglierli e offrire loro servizi attenti e mirati.”

 “Oggi la politica cinese sui visti è meno rigida e anche il background culturale dei cinesi è diverso da quello del passato. I turisti cinesi hanno un profondo desiderio di scoprire e comprendere il paese in cui si recano. Un servizio curato e attento promuoverà moltissimo il mercato turistico italiano, e persino europeo, in Cina.”

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La Cina degli omosessuali

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L’omosessualità nella storia cinese

La società cinese, improntata da sempre sull’importanza della famiglia, a differenza di quello che si può pensare ha dimostrato nel suo passato una notevole apertura nei confronti della tematica omosessuale. Secondo alcuni infatti, l’importanza di valori imperiali quali il fare figli e avere nuore che accudiscano i genitori, derivanti per lo più dalla cultura contadina, non sono stati i motivi principali nello scatenare i comportamenti di chiusura e non accettazione che hanno caratterizzato l’ultimo periodo di storia del Paese asiatico. Per i sostenitori di questa linea di pensiero i primi sentimenti di intolleranza hanno infatti radici occidentali e ancor più precisamente cattoliche. Il confucianesimo, pur esaltando il valore famigliare, non ha mai infatti condannato direttamente l’omosessualità e lo stesso si può dire per il buddismo. Durante le dinastie Ming e Qing a quasi tutti i banchetti erano invitati ragazzi che, oltre ad essere interpreti di ruoli femminili nell’Opera tradizionale cinese, si dedicavano a intrattenere gli invitati che volessero deliziarsi della loro compagnia. Numerosi casi e descrizioni di amori omosessuali li si possono trovare anche in tanti scritti di letteratura classica o in raffigurazioni pittoriche.

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Persecuzioni fatte direttamente verso gli  omosessuali nel passato della Cina non ci sono mai state. I primi cattolici provenienti dall’Italia portarono invece, comunicandolo allo stesso Papa tramite lettere, un senso di disgusto e peccato nei confronti dei comportamenti omosessuali che incontravano in Cina. Fattori successivi importanti che contribuirono allo sviluppo di sentimenti omofobi furono il Movimento del Quattro Maggio del 1919, in cui il mondo di nobili e artisti omosessuali venne condannato come “decadente”, e il comunismo, che condannò definitivamente ogni diversità sessuale. Dall’arrivo del comunismo e dopo la Rivoluzione Culturale Proletaria del 1949 voluta da Mao Zedong, l’omosessualità venne ufficialmente proclamata reato e messa al bando: nei confronti degli omosessuali vennero attuate persecuzioni, prigionie, campi di lavoro e a volte anche esecuzioni capitali. Essere gay era visto come il frutto di una società capitalista, una caratteristica borghese da cui ci si doveva liberare.

A fianco di queste teorie vi sono quelle di altri studiosi che affermano invece che l’omosessualità sia stata sempre condannata nella cultura cinese, leggendo l’invito del buddismo ad astenersi dalla vita sessuale e del confucianesimo alla procreazione come prese di posizione contro i rapporti tra persone dello stesso sesso. Anche il taosimo, portavoce di un'idea d’amore come l’unione di due forze, lo yin 阴, la parte femminile, e lo yang 阳, la parte maschile, è stato considerato essere in contrapposizione all’amore omosessuale. Un amore formato da due yin o da due yang risulterebbe distruttivo e portatore di negatività. Queste teorie legate al taosimo sono state criticate da altri che affermano che lo yin e lo yang hanno contemporaneamente al loro interno ognuno una componente della parte opposta. Ciò legittimerebbe anche l’omosessualità all’interno della concezione taoista. In ogni caso al giorno d’oggi le cose stanno profondamente cambiando.

L’omosessualità oggi

Il 1997 è stato l’anno in cui l’omosessualità ha smesso di essere un reato e nel 2001 l’Associazione degli Psichiatri Cinesi l’ha tolta dalla lista delle malattie mentali. Sono ancora tantissime però le persone che decidono di nascondere la propria sessualità. Prima di tutto non vogliono deludere i propri genitori, per i quali diventare nonni ed avere un nipote che porti avanti la famiglia è di fondamentale importanza. Decidono spesso di sposarsi lo stesso ed è così che è nato il fenomeno delle tongqi 同妻, milioni di mogli di uomini gay che accettano in silenzio l’omosessualità dei mariti pur essendone venute a conoscenza, spesso dopo le nozze. Tra i giovani della comunità LGBT cinese adesso si è diffusa l’abitudine di cercare una persona omosessuale del sesso opposto per organizzare un matrimonio di facciata. Così facendo i parenti, all’oscuro di tutto, riescono a guardare gioiosamente al futuro senza aver “perso la faccia” e i due sposi possono godersi liberamente la vita dopo le nozze. Nelle città la situazione è decisamente più rosea rispetto alle campagne e tra i giovani, in linea generale, si incontra una grande apertura verso queste tematiche.

Il governo cinese ha lasciato i cittadini omosessuali nel silenzio per molti anni, facendo quasi finta che non esistessero. Non ha mai preso posizioni forti né contro né a favore. Non ha mai ostacolato o incoraggiato  direttamente nessuna forma di discriminazione. Negli ultimi anni però, sotto la guida di Xi JinPing, la Cina sembra aver fatto qualche passo indietro. Un importante fatto successo di recente è per esempio quello di Weibo, social network cinese che conta mezzo miliardo di iscritti. Weibo nell’aprile del 2018 ha infatti annunciato di voler rimuovere tutti i contenuti “illegali” dalla piattaforma, tra cui pornografia, violenza e omosessualità. Weibo ha rivendicato la decisione di vietare contenuti gay e violenti dopo l’approvazione della nuova legge cinese sulla sicurezza informatica, che richiede una rigorosa sorveglianza dei dati. Migliaia e migliaia di utenti hanno iniziato a protestare diffondendo il tag #我是同性恋 (#iamgay). L’esplosione di lamentele e i gesti di ribellione dei vari utenti, tra cui anche personaggi dello spettacolo, hanno portato Weibo a fare un passo indietro rispetto alla decisione presa, lasciando i contenuti a tematica gay e scusandosi con i propri iscritti. La censura su contenuti gay non è comunque una novità. Il governo ha vietato la trasmissione in tv di qualsiasi contenuto a tematica omosessuale, la più famosa serie tv gay cinese Shangyin 上瘾 è stata cancellata e anche nel recente Bohemian Rhapsody sono state tagliate le parti con riferimenti all’omosessualità di Freddie Mercury. La cosa positiva è che, anche grazie al web e ai social network, i cinesi hanno sempre più possibilità di fare sentire la propria voce e il malcontento e le proteste sul web che queste azioni scatenano non possono più essere completamente ignorate dal governo.

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La vita degli omosessuali in Cina

In tutta la Cina vi è un solo gay pride, quello di Shanghai. Il primo fu nel 2009 ma le modalità di svolgimento sono diverse da quelle occidentali. Spesso sono organizzati incontri formativi, cineforum, conferenze e una sorta di lunga sfilata/maratona. L’invito è comunque quello alla sobrietà e al contegno. Pride vengono organizzati anche a Hong Kong e Taipei. Taiwan dal 24 maggio 2019 ha riconosciuto i matrimoni tra persone dello stesso sesso, diventando il primo paese in tutta l’Asia a riconoscere unioni di questo tipo.

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In tutte le principali città cinesi si possono trovare bar e discoteche gay (locali spesso divisi tra quelli per uomini e quelli per donne). Spesso però, nonostante locandine decisamente chiare su quale sia la clientela a cui puntano, non viene utilizzato il termine “gay”, in quanto scomodo e troppo “forte”. Alcuni proprietari di questi locali hanno affermato in varie interviste che gli è stato proprio vietato di utilizzare tale termine. Al suo posto viene utilizzato il termine tóngzhì 同志 “compagno”. Tóngzhì con il suo significato di omosessuale iniziò ad essere in voga a partire dal 1989, quando ad Hong Kong si tenne il primo festival cinematografico a tematica gay di tutta l’Asia. Parallelamente al frequente uso del termine tóngzhì con questa accezione, l’utilizzo della parola col significato “compagno” iniziò ad essere pian piano sempre meno diffuso tra il popolo, utilizzato per lo più solo nelle occasioni ufficiali. Nel 2001, al fine di organizzare il primo festival di film gay in territorio cinese, numerose persone presentarono la richiesta alle rispettive autorità ufficiali utilizzando la parola tóngzhì. Il consenso, dato dalle autorità soprattutto per aver colto solo la componente comunista del termine, portò la parola a diventare sinonimo di “omosessuale”. Tra i locali gay più famosi di tutta la Cina ricordiamo il Destination (目的地) a Pechino e Eddy’s a Shanghai.

Non tutti i cinesi però hanno il coraggio di andare in questi locali. Alcuni parchi, come il famosissimo parco Mudanyuan di Pechino, sono da moltissimi anni luoghi di incontro per omosessuali e, in determinate zone del parco, trovate tantissimi uomini a ogni ora del giorno e della notte che girano (spesso con tanto di mascherina per non farsi riconoscere) nella speranza di fare qualche conoscenza interessante o di incontrare qualcuno con cui passare una notte di passione. Spesso sono frequentati, così come le saune gay, da individui più avanti con l’età, quella fascia di persone che non fa ancora affidamento alle app d’incontri per trovare possibili partner. È proprio in uno di questi parchi, ovvero il Parco dei Loti di Taipei, che il famosissimo scrittore Bai Xianyong ambienta uno dei suoi romanzi più famosi, Il maestro della notte, che è anche, insieme a Beijing Story di cui non si conosce l’autore, uno dei romanzi cinesi a tematica gay più conosciuti. Si tratta di storie di giovani omosessuali costretti a prostituirsi sotto la guida del maestro Yang, figura controversa che li accoglie prendendosene cura. Il parco diventa così un mondo a parte, segreto, senza rigidi valori morali ma allo stesso tempo pieno di regole.

Cinese è anche l’applicazione di incontri dedicata agli omosessuali con più iscritti al mondo: Blued. Creata da Mao Baoli, ex poliziotto che perse il lavoro proprio a causa della sua omosessualità, venne a inizi anni 2000 fortemente ostacolata dai governi locali delle città in cui avevano posizionato i propri server, finendo per spostarsi a Pechino nel 2009 alla ricerca di un ambiente più aperto alle diversità. Blued attualmente conta circa 50 milioni di iscritti ed ha diverse sedi nelle principali città cinesi, sedi in cui è possibile recarsi per fare gratuitamente un test dell’hiv o parlare con volontari di qualsiasi questione se si necessita di supporto psicologico.

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“Tra Cina e Italia” punta ad essere un punto di riferimento, in particolare (ma non solo) per coloro situati tra Modena e Reggio Emilia, per coloro che vogliono capire di più o per quelli che hanno a che fare con il mondo cinese. Quello che sogno è di riuscire a portare un po’ di Cina autentica anche qui, avvicinando le persone a un mondo di cui sanno molto poco o di cui hanno una visione non sempre corrispondente alla realtà. Sul sito verranno pubblicati regolarmente post che parlano della Cina e che vorrei condividere con tutti coloro che condividono questa passione. Dalla cultura al cibo, dalla lingua ai viaggi. Cercherò di inserire nei post anche alcuni scatti a cui sono particolarmente legato, scelti tra le migliaia di foto fatte in questi anni. “Tra Cina e Italia” offre diversi servizi, come per esempio corsi di lingua cinese (sia per privati che per aziende) o di italiano per cinesi. Servizi di traduzione ed interpretariato, così come di accompagnatore viaggi. Corsi e serate, portate avanti insieme ad un cuoco professionista, per imparare a cucinare il cibo cinese (quello vero). Si organizzano anche eventi dedicati all’approfondimento della cultura e della società cinese.

 

 

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Le estati cinesi

Siamo nel pieno dell’estate, la stagione yang 阳 per eccellenza, e tanti sono già al mare o in montagna. Anche in Cina, nonostante non ci siano le settimane di ferie ad agosto come in Italia, c’è chi non appena ha un attimo di tempo scappa al mare o in montagna a trovare refrigerio dal caldo. Nel paese del dragone però in questi mesi ci si può imbattere in alcune scene che in Italia e in occidente in generale non capita di incontrare. Guardiamo insieme quali sono alcune peculiarità delle estati cinesi.

Beijing Bikini

Come sanno molti di coloro che sono stati a fare viaggi di studio in Cina durante l’estate, molti signori cinesi hanno l’abitudine di arrotolarsi la maglia lasciando scoperta la pancia. Spesso se ne girano beati picchiettando di tanto in tanto la propria rotondità come fosse un tamburo, o li si incontra seduti a bere birra e a mangiare angurie durante le calde serate estive. Questa pratica, dovuta al caldo e all’afa, la si incontra prevalentemente nelle città del nord della Cina ed ha preso il nome di Beijing Bikini, nonostante non la si incontri solo nella capitale. Negli ultimi tempi però è stata fortemente criticata ed è stata infatti vietata in numerose città. Vista come un ostacolo al decoro cittadino e un comportamento non educato, le autorità hanno multato diversi individui per essere entrati in negozi o supermercati con la maglia sollevata. In cinese i signori che girano a pancia scoperta vengono chiamati bǎng yé 膀爷 o anche bào lù kuańg 暴露狂, quest’ultimo però più volgare e che sconsigliamo di utilizzare. C’è chi fa salire l’origine di questa usanza alla Rivoluzione Culturale in cui essere a volte un po’ volgari e lontani da tutta la “finezza borghese” era considerato quasi patriottico.

 

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Acqua calda e bevanda alla soia

Bere bevande calde in estate può sembrare strano a noi che non siamo abituati ma, come sa bene chi è cresciuto in paesi caldi, è in realtà un ottimo modo per bilanciare la temperatura esterna con quella interna, o almeno così dicono. Certo è che se andate in estate in un ristorante cinese e dite semplicemente di volere dell’acqua spesso vi portano una tazza di acqua calda. Ma si sa, in Cina l’acqua calda è il rimedio ad ogni male, anche alle giornate afose.

Toccasana contro il calore è anche la bevanda alla soia lǜ dòu tāng 绿豆汤, anche questa bevuta rigorosamente calda.

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Facekini

Scappare dal caldo non è la preoccupazione principale di tanti cinesi, la vera lotta è quella contro l’abbronzatura e contro il sole. Da sempre in Cina, come anche da noi in passato, la pelle perfetta è la pelle color latte, mentre la pelle abbronzata è associata alla vita contadina e al lavoro pesante. Il terrore di abbronzarsi lo si incontra per strada, sulle spiagge e in qualsiasi altri luogo all'aperto. Invenzione particolarmente buffa è quella del facekini, maschere che coprono la testa completamente, esclusi solo occhi, naso e bocca, progettate per nuotatori e amanti della spiaggia. È stata inventata da Zhang Shifan, ex contabile della città costiera cinese di Qingdao, ed è proprio in questa città dove la si vede più spesso. Con una maschera del genere potete dire addio alle creme solari. Si finisce per assomigliare un po’ a degli alieni ma per una pelle color latte in Cina si è disposti a fare questo ed altro.

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Creme sbiancanti

Mentre noi siamo abituati a vedere persone che vanno a fare le lampade e comprano creme che facilitano l’abbronzatura, in Cina è tutto il contrario. I negozi sono invasi da prodotti sbiancanti (naturali e non) e se provate a chiedere creme che facilitino l’abbronzatura è molto probabile che i commessi si mettano a ridere o rimangano allibiti. L’estate è sicuramente il periodo d’oro per il mercato di maschere per il viso, creme, spray facciali e trucchi tutti finalizzati ad avere la pelle il più bianco possibile.

 

Parasoli

Altro strumento per la lotta al sole, molte ragazze in estate non escono mai senza il parasole! Ma non fatevi ingannare, anche l’ideale di bellezza maschile prevede spesso una pelle color latte e anche se a volte faticano ad ammetterlo anche i ragazzi cercano di evitare il sole il più possibile e modificano le foto per sembrare sempre bianchissimi.

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Bambù: acciaio verde

Il primo ottobre si è tenuto a Madrid un importante simposio sul bambù, il primo nella storia d'Europa incentrato su questa tematica. Durante la conferenza numerosi esperti hanno parlato del ruolo chiave che il bambù potrebbe avere nella crescita della green economy e della necessità di una maggiore conoscenza di questo materiale da parte dei paesi europei. In Italia, inoltre, il 5 e 6 ottobre si è tenuta la conferenza Under the Bamboo Tree, il primo concorso internazionale dedicato alla progettazione e alla realizzazione di oggetti di design in bambù. La conferenza si è svolta al Labirinto della Masone di Fontanellato che, oltre ad essere il più grande labirinto esistente, è composto interamente da piante di bambù, circa 200 mila. Il curatore scientifico del labirinto è Mauricio Cardenas, importante architetto colombiano che è intervenuto anche alla conferenza.

Il bambù è una pianta legnosa che in numerose culture viene utilizzata da molto tempo nella costruzione di edifici. Da noi spesso trascurato, il bambù è un materiale che può contribuire al raggiungimento di un mondo più verde in quanto soluzione alternativa alla riduzione delle emissioni di carbonio e che potrebbe rivoluzionare l'industria odierna delle costruzioni.

"Questo materiale è rapidamente rinnovabile, cattura enormi quantità di CO2 durante la crescita ed è caratterizzato da una resistenza alla trazione maggiore di quella dell'acciaio; è anche più duro del legno", afferma Pablo van der Lugt, esperto di bambù dell'University of Technology di Delft e l'attuale responsabile della sostenibilità e dell’innovazione di MOSO (marchio di massima qualità per i prodotti in bamboo).

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Parte del fascino del bambù è che cresce molto velocemente: il bambù moso cinese può crescere fino a un metro al giorno prima di raggiungere la sua massima altezza, mentre il bambù sudamericano guadua può crescere fino a otto pollici al giorno. La raccolta può essere fatta dopo 3-6 anni di crescita e anche successivamente continuano a crescere con rapidità. L’età di raccolta di querce e pini varia invece dai trenta ai quarant’anni.

Sebbene sia simile ad un albero per forza e aspetto, il bambù è in realtà un tipo di erba. Si tratta però di una categorizzazione difficile poiché alcune specie di bambù crescono fino ai 35 metri di altezza e possono raggiungere i 30 centimetri di diametro (Liese e Köhl 2015). A fare da supporto a questa rapida crescita è la sua fitta rete di radici. Ciò porta il bambù ad avere l’ulteriore vantaggio di prevenire l'erosione del suolo e di filtrare le acque reflue. Oltre a ciò, secondo numerosi studi pubblicati dall'Organizzazione internazionale per il bambù e il rattan (INBAR), le foreste di bambù possono ridurre il CO2 allo stesso modo o persino di più delle piantagioni di alberi, tra le 200 e le 400 tonnellate per ettaro all'anno.

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Soprannominato "acciaio verde" in un recente vertice ospitato da Kew Gardens, il bambù lavorato può essere un sostituto pronto per materiali da costruzione a base di assi come travi di sostegno, pannelli e assi del pavimento. Il processo prevede il taglio longitudinale di strisce dal corpo cilindrico del bambù, le quali vengono poi pressate tramite il vapore e incollate. Attualmente vengono utilizzati additivi e colle a base biologica tra cui la soia, la lignina o la bagassa, fondamentali nella creazione di prodotti in bambù a scarto zero: più ecologici, più resistenti all'espansione dovuta al calore e generalmente più duri rispetto alle tipiche varietà di legno, cemento e acciaio.

Le opere di architettura fatte in bambù sono sempre più numerose. Tra quelle più degne di nota troviamo un palazzo a sette piani completamente in bambù a Bali; l'auditorium circolare negli uffici Avay di Israele e in Spagna i 200.000 metri quadrati di pannelli curvi che compongono il soffitto dell'aeroporto internazionale di Madrid. L’utilizzo del bambù è senza dubbio una delle principali tendenze del momento nel settore dell'architettura.

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In generale, tuttavia, l'Europa è ancora molto indietro in termini di utilizzo del bambù rispetto ai paesi del sud-est asiatico e dell'America centrale, dove le persone lo continuano ad usare da diversi millenni. Ciò potrebbe in parte essere spiegato dal fatto che l'Europa e l'Antartide sono gli unici due continenti in cui il bambù non cresce. "Il problema principale, tuttavia", secondo Borja De la Peña, responsabile delle politiche globali per INBAR, è che "la maggior parte dei paesi non conosce il pieno potenziale di questo materiale". L'immagine semplicistica del bambù come pianta destinata solo ad essere cibo per i panda non potrebbe essere più inesatta: il bambù utilizzato nell’edilizia appartiene a una specie diversa da quella a cui pensiamo solitamente. Ci sono ben 1642 specie catalogate di bambù secondo le ultime statistiche di INBAR e la priorità dell'istituzione è quella di promuovere i numerosi e possibili usi del bambù che sono conformi ai vari obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) appoggiati da tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite.

Un altro problema è che pochissimi paesi hanno regolamenti riguardanti questo materiale. Alcuni paesi hanno una grande industria del bambù e però aderiscono vagamente a codici normativi stabiliti dai colombiani. Sono necessarie normative internazionali affinché il materiale ottenga una maggiore trazione in Europa. “Esistono regolamenti per il legno, ma c'è molta confusione sulla classificazione a cui appartiene il bambù. Alcuni si preoccupano del pericolo di incendi, ma la verità è che il bambù lavorato è considerato resistente al fuoco e l'Europa possiede la tecnologia esistente per fabbricare questi prodotti, sicuri per l'edilizia", ha continuato De la Peña.

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Anche le nuove normative sono difficili da attuare in quanto vi è un'assenza di amministrazione responsabile nei paesi europei. L'uso del bambù richiede il coordinamento di molti dipartimenti governativi, tra cui i ministeri dell'ambiente, dell'agricoltura e dell'edilizia abitativa. Per molti di loro, il bambù non è di primaria importanza e le organizzazioni internazionali del bambù hanno trovato difficile identificare un ministero con sufficiente potere da far avanzare le riforme ecologiche.

Se c'è un paese che ha capitalizzato sul bambù è la Cina. Il Paese del Dragone ha creato un'industria di 35 miliardi di dollari su 6 milioni di ettari di bambù; 8 milioni di persone lavorano in questo settore e vi sono ulteriori piani da parte del governo per aumentare il numero a 10 milioni entro il prossimo anno. Le aziende stanno già iniziando ad utilizzare il bambù come materiale principale nella creazione di tubi, mezzi di trasporto, pale di turbine, pavimenti di container e unità abitative.

In Cina la cultura dell’utilizzo del bambù è più radicata rispetto ai paesi che la utilizzano in favore della green economy. La pittura, la musica e la poesia cinese sin dall’antichità hanno avuto il bambù tra le loro muse ispiratrici e, sin dalla dinastia Shang (XVI-XI secolo a.C. ), è stato definito come qualcosa che "riflette l'anima e le emozioni delle persone". Il bambù viene utilizzato per fare carta, edifici e mobili; viene anche utilizzato come cibo e per fare medicine che sono ancora molto popolari, soprattutto tra i più anziani. In una metropoli moderna come Hong Kong, molti grattacieli sono costruiti con impalcature fatte di solo bambù, la cui flessibilità fornisce loro una maggiore resistenza ai tifoni rispetto alle impalcature metalliche.

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"La differenza", afferma De la Peña, "sta proprio nell'avere una cultura del bambù". Tuttavia stiamo lentamente vedendo segni positivi di cambiamento. Sempre più aziende europee producono prodotti in questo materiale; IKEA, per esempio, si sta impegnando ad utilizzarlo nella produzione di molti mobili. Per sensibilizzare l'opinione pubblica sul problema è inoltre in corso l'assegnazione di una giornata internazionale del bambù.

Una cosa è certa: se sempre più paesi riusciranno a sfruttare al massimo il potenziale del bambù, il mondo si avvicinerà di fatto al raggiungimento dei suoi ambiziosi obiettivi climatici ed ambientali, compresi quelli disviluppo sostenibile identificati dalle Nazioni Unite e tramite l'accordo di Parigi del 2015.

 

di Leonine Tsang e Davide Ghirelli

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